Sharing economy: dietro il modello di condivisione

La Sharing economy è diventata ormai parte integrante della nostra quotidianità, ma cosa si nasconde dietro questa nuova economia di condivisione?

Dall’affittare una casa airbnb, al prenotare un passaggio da Milano a Genova con blablacar, per arrivare al più semplice Uber che ti riaccompagna a casa dopo una serata passata con amici, o qualora volessi: tornare a casa tu stesso con car2go. E non è finita qui, perché con couchsurfing ora puoi dormire sul divano di uno sconosciuto per non parlare del fatto che puoi condividere una scrivania in un co-working. Tutte cose impensabili fino a qualche anno fa.

Queste attività, ormai considerate normali, prima erano relegate esclusivamente agli amici più stretti, quelli di cui ti fidi sostanzialmente.
Oggi sono tutte declinazioni di quella che viene a definirsi come sharing economy. Trovare una definizione precisa risulta decisamente complicato. Se però volessimo trovare un punto in comune, sarebbe il concetto di condivisione, condivisione di una risorsa, che sia un oggetto, come una casa, o che sia un tuo servizio.

Nata quindi con un’ idea dagli scopi magnanimi, la politica di questa nuova economia si è inserita in modo preponderante all’interno della nostra società. Come sempre però, qualcosa va storto. Un cambiamento del genere, infatti, non poteva passare inosservato agli investitori. La sharing economy quindi, da che era considerata come l’emblema di un nuovo movimento e progresso, ora sembra ergersi a simbolo di un nuovo modello d’affari vero e proprio.


Chi sostiene davvero la sharing economy sono ricchi che desiderano arricchirsi ancor di più, ampliando così il divario economico con le altre classi.


Airbnb ha una valutazione di venticinque miliardi di dollari, eppure non è proprietaria di alcun immobile. Il discorso è analogo ad altre realtà simili.
A questo punto mi viene solo da pensare che aziende così sfruttano risorse e tempo delle persone per arricchirsi. E non è quello che accade con le aziende tradizionali? Si, con la differenza che in questo caso i diritti del lavoratore sono tendenti a zero, oltre al fatto che a quest ultimo vengono scaricati tutti i rischi.

Airbnb e Uber, due delle principali piattaforme, hanno dietro un sostegno enorme di capitale da persone il cui scopo è esclusivamente legato al proprio profitto. Si arricchiscono sulle spalle dei meno fortunati che mettono a disposizione tutto ciò che hanno e per cui hanno lavorato duramente: tempo e risorse, sotto forma di auto, case, competenze.
La tecnologia di queste piattaforme non è costosa da sviluppare. Eppure le loro quotazioni salgono a dismisura superando tassi di crescita di colossi come Instagram e Facebook. Semplicemente perché, come questi ultimi, assorbono valore dalla community che crea valore e lo mette a disposizione.

E se questa sharing economy fosse un vero e proprio sfruttamento per i lavoratori, TU, cliente, continueresti ad utilizzare queste piattaforme senza pensarci?

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